BACK TO NORMAL (Fase 3)

Il 3 giugno ha dato il via ad una nuova ufficiale ripartenza del nostro Paese con la riapertura dei confini nazionali e degli spostamenti infra-regioni. Una sfida ancora tutta da giocare per ora dominata dall’inversione dei trend: cala la preoccupazione generale per la pandemia, ma aumenta quella relativa alle prospettive economiche.

Ma quali effetti produce il “sentiment” dei consumatori sul modo di fare pubblicità?

1. Ritorno alla Normalità nei toni di comunicazione?
Sale l’approvazione per una pubblicità che torna a linguaggi e toni pre-coronavirus, come riportato da numerose indagini condotte anche sui consumatori italiani.

(fonte GlobalWebIndex – V wave*)

Se da un lato è evidente l’apprezzamento dei consumatori nei confronti delle aziende che hanno riadattato le loro campagne e i loro messaggi pubblicitari in linea con il periodo di emergenza sanitaria, dall’altro ora troppa pubblicità a sfondo Coronavirus risulta indigesta.

Un dato su tutti: il 90%* degli intervistati dichiara di desiderare e approvare una pubblicità “normale”.

Si auspica un allontanamento dai clichè ricorrenti che hanno dominato in questi ultimi mesi e che hanno fatto diventare un pò tutti uguali gli spot pubblicitari: dal GRAZIE, al mantra dell'”andrà tutto bene“, alla generalizzazione nell’uso nostalgico dei messaggi.

Da sempre la pubblicità risulta legata al racconto di storie, spesso contestualizzate in “mondi ideali”: scene all’aperto o momenti condivisi con amici e famiglia, quindi, non risultano essere strane o fastidiose, al contrario continuano ad essere apprezzate, per il desiderio di poter rivivere momenti simili. Si tratta, infatti, di situazioni che con il tempo sarà possibile per tutti rivivere.

La nostalgia di “ieri” sta cedendo il passo ad un rinnovato spirito di apertura e fiducia verso la ripartenza consapevole.

2. Il prezzo è l’unica leva?
Per molti artigiani ed esercenti aumentare i prezzi è stata l’unica via per rientrare dei costi extra, per le dotazioni anti-covid, le spese fisse sostenute e i mesi di lockdown. In altri settori la riapertura è stata legata da subito all’attivazione di scontistiche e promozioni, per cercare di accaparrarsi le vendite con strategie aggressive di prezzo, prima dei loro competitor.

L’incertezza nella quale ancora ci troviamo ci spinge verso l’una o l’altra politica di prezzo, ma è davvero l’unica leva a disposizione?

Il momento storico che stiamo attraversando richiede un ripensamento generale del modo di fare business, con l’attivazione di nuove strategie.

 

È importante cercare di far leva sull’innovazione non tanto dei prodotti, ma dei servizi e in tutto ciò che può portare benefici al consumatore. Ancora, ripensare agli assortimenti e alle modalità con cui il cliente ne usufruisce e personalizzare il più possibile l’esperienza di acquisto nei canali sia online che offline.

Il mercato dell’export faticherà a riprendere i flussi pre-pandemia, quindi è opportuno investire nel mercato di prossimità: quasi un obbligo fin tanto che gli spostamenti e i viaggi non ripartiranno.

3. La sostenibilità è ancora importante?
Durante la pandemia sembrano essere passate in secondo piano le problematiche ambientali. Un esempio tra tutti l’aumento dell’utilizzo della plastica per i packaging usa e getta e per vari i dispositivi di sicurezza monouso non riciclabili.

Se la pandemia ha messo un freno alla lotta contro la plastica, la plastica rimane la piaga ambientale del nostro tempo.

A dimostrare che non si tratta di un’inversione di rotta, la ricerca – GlobalWebIndex, V wave – evidenzia come dalle dichiarazioni manifeste solo il 10% degli intervistati afferma che la sostenibilità è meno importante di prima.

A livello globale 3 su 4 dicono che sarà importante per le aziende essere più sostenibili, 2 su 3 che sarà più importante di prima ridurre l’uso della plastica mono-uso e 7 su 10 sentono la responsabilità di ridurre il proprio impatto ambientale.

 

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